martedì 19 febbraio 2013

Herself - disco genuino tra illusioni, sogni e angoscia

Un nuovo affascinante progetto dalla Sicilia:Herself 

a cura di Flavia Frangipane
Nascosto dietro un nome di cui è inutile provare a decifrarne il reale significato, l'ultimo lavoro di Gioele Valenti (aka Herself) è una porta chiusa a doppie mandate. Interpretare la copertina, è la prima cosa che viene in mente di fare: un passamano di simboli alchemici che trasmutano consegnandosi di persona in persona, come un qualcosa che si trasforma e diventa tutt'altro grazie al contributo di chi lo prede in custodia. Cedi all'urgenza di sapere cosa contenga una scatola così ben confezionata, e parte il disco. Bastano pochi secondi per capire che lì dentro c'è molto di più di quello che avresti pensato e che l'ascolto sarà semplice come quelle cose che vengono naturali, ma impegnativo come quelle a cui devi fare attenzione altrimenti in un niente vanno perse. Quello che riconosci è innanzitutto uno stato d'animo,inizialmente il suo, ma che poi arrivati all'ultima traccia sarà inevitabilmente diventato anche il tuo. Entri in punta di piedi in un mondo fatto di intimità e di rapporti viscerali con gli strumenti che si confondono con una voce che stenta ad uscire, bisbigliando parole che non riusciresti a pronunciare di nuovo e a fatica riesci a riconoscere.Herself è il progetto che rappresenta se stesso, e che nasce da Gioele Valenti, musicista, cantautore,(nonché scrittore) palermitano con alle spalle tre dischi, anni di musica registrata e già da più fronti apprezzata. Dopo tante etichette, perlopiù straniere, approda alla DeAmbula Records con questo ultimo lavoro intitolato semplicemente “Herself“ come a voler fare ritorno all'essenza di un'idea, ma cambiato. Il peso che si porta addosso è tutto qui dentro, fatto a brandelli per renderlo più sopportabile e disseminato in 13 tracce in cui chi ascolta non può far altro che raccoglierlo e, caricato sulle spalle, portarlo un po' con sé. E se è pur vero che l'inglese può facilitare alcune tecniche questioni, in questo caso si ha come l'impressione che l'autore avrebbe potuto scrivere in qualsiasi lingua. Il messaggio così poco definito e irrisolto arriva ugualmente dove deve. Un potenziale che ne genera un altro. La risposta è specifica, ma l'input è universale. E questa volta nel suo mondo “fatto in casa”, dove la maggior parte degli strumenti li ha sempre presi in mano lui, ha lasciato entrare qualcun altro. Collaborazioni che si sono adattate perfettamente all'atmosfera pur restando in disparte, una su tutte quella di Amaury Cambuzat, leader degli Ulan Bator. Parti acustiche di voci e chitarra, in piena tradizione folk, e all'improvviso, intorno a lui tutti gli altri strumenti a sorreggerlo come sbucati dal nulla. Tra allucinazioni, paure, fantasmi, inquietudini, citazioni oscure, un lento ed intenso percorso nel cuore di un disagio che non può che riguardarci. Miscelare fino a confondere il dolore con l'amore, barcollando in uno stato di perenne penombra in cui ci muoviamo convinti di essere in piena luce del giorno. Il tempo che fugge, corpi che diventano pallidi, gelidi e che vengono seppelliti insieme a tutti i loro sogni. Disco tanto genuino quanto angosciante. Bello. Flavia Frangipani


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